Digitale Terrestre a Roma: switch off da panico!

Il muro di berlino: 20 anni dopo la riunificazione tedesca!

Il muro di Berlino era una barriera cittadina e europea ma non nazionale. La Germania era fisicamente divisa in due repubbliche – la federale ad ovest e la democratica a est – ma il popolo tedesco era unito nelle tradizioni, nella storia e nella speranza di vedere, un giorno, il proprio paese riunificato. Lo scoppio della guerra fredda aveva portato la divisione, della Germania, in due stati, il cui confine ricalcava la linea di demarcazione tra l’egemonia sovietica e l’egemonia statunitense. La repubblica federale tedesca era di gran lunga più ricca e popolosa: dal 1949 al 1961 circa 2 milioni e mezzo di tedeschi dell’est passarono nella Germania ovest. L’Unione Sovietica non poteva permettere che uno degli ultimi simboli comunisti perdesse forza, vigore, credibilità. Agosto 1961: la GDR costruisce il muro di Berlino, 165 chilometri di cemento nati per dividere la Germania e finiti a uccidere i tedeschi. La repubblica federale rappresentava la prosperità, il benessere, la libertà. Se un tedesco dell’est provava ad attraversare il confine che lo divideva dall’occidente rischiava di essere ucciso, fucilato, freddato. Eppure ci provavano. L’Unione Sovietica non aveva realizzato riforme dell’apparato produttivo ma aveva tentato di confrontarsi con gli Stati Uniti sfruttando il rialzo del prezzo del petrolio (prodotto in grande quantità nell’Europa dell’est). Il corso della storia, tuttavia, cambiò nella metà degli anni Ottanta quando Michail Gorbaciov salì al potere. Gorbaciov tentò di superare le tensioni militari con gli Stati Uniti, certo non vi riuscì come avrebbe voluto ma grazie a lui caddero i regimi comunisti e avvenne l’unificazione tedesca. Se quel 9  novembre il muro di Berlino non fosse caduto non solo non si sarebbe riunificata la Germania ma non si sarebbe creata l’Unione Europea, non pagheremmo in euro, avremmo frontiere, dogane, confini pronti a frantumare l’identità di un continente non unanime ma ricco di popoli che hanno una radice comune e una prospettiva futura basata sull’alleanza e la cooperazione. 20 anni dopo si può guardare il presente e sperare nel futuro dell’Europa solo grazie a quel 9 novembre 1989.

ACROSTICO

Annalisa

Nessuna

Nostalgia

Ancora

Libera

Instancabile

Sognatrice

A occhi aperti

Una crisi inarrestabile? Genesi e sviluppo della più grande recessione dal crollo di Wall Street del 1929.

L’origine geografica della crisi è rintracciabile ancora una volta negli Stati Uniti, da cui si sono diffusi a macchia d’olio, nell’intero globo, problemi economici e finanziari. Le cause di tutto ciò sono principalmente due: la politica del debito e l’assenza di regole. La politica del debito è stata condotta sia a livello statale sia personale. Gli Stati Uniti si sono indebitati importando, soprattutto dai paesi asiatici, più di quanto esportassero. Le famiglie, invece, si sono indebitate attraverso le carte di credito e i mutui, dunque non risparmiando nulla. L’assenza di regole ha permesso a banche e ad aziende di attuare rischiose manovre finanziarie a cui l’interventismo statale ha posto, spesso, rimedio. I rischi privati – di banche e aziende – avevano dunque ripercussioni pubbliche: in situazioni di crisi (ad esempio lo scoppio della bolla dei Dot-com e gli attentati dell’11 settembre 2001) l o stato ha prodotto liquidità illimitata. I debiti delle banche, grazie ad apposite società, erano fuori bilancio; le agenzie di rating non giudicavano imparzialmente l’affidabilità dei titoli; i conservatori statunitensi intendevano realizzare una società di ownership: naturalmente tutto ciò ha determinato gravi conseguenze. Partiamo dall’edilizia. Bisogna considerare che le banche statunitensi hanno iniziato a concedere mutui subprime: sono stati concessi mutui anche a coloro che non avevano garanzie per sottoscriverli, permettendo di pagare per un primo periodo dei tassi di interesse molto bassi; in un secondo momento i tassi si alzavano ma a quel punto si sarebbe potuto rinegoziare il mutuo scommettendo sul valore crescente dell’immobile. I rischi delle banche statunitensi sono stati distribuiti, attraverso le cartolarizzazioni (la conversione dei mutui in titoli), in cavillosi pacchetti finanziari venduti agli istituti di credito di tutto il mondo. Siamo nel 2007 e l’inflazione cresce: sale il costo del denaro; la vita è sempre più cara e il mercato immobiliare crolla. Crolla perché le famiglie non pagano più i mutui, non ci si può permettere una casa (il cui costo è troppo elevato), i titoli in cui sono distribuiti i rischi delle banche, riguardo ai mutui subprime, risultano in passivo. Per evitare il credit crunch (la stretta del credito) le banche centrali immettono liquidità ma il 14 settembre 2008 la Lehman Brothers, la più importante banca d’affari, fallisce. Il capitalismo libero e sfrenato ha fatto perdere a molte famiglie soldi, casa e lavoro. Tirate le somme si è visto come l’idea di mercato totalmente libero sia stata fallimentare. Sembra che il mercato abbia necessariamente bisogno di regole e provvedimenti che ne indirizzino il corso: proprio la concessione di mutui a chiunque ha, infatti, messo in ginocchio le famiglie statunitensi. Non è un caso che in Italia la crisi si sia sentita molto meno: gli italiani hanno tra i loro obiettivi quello di acquistare una casa; conoscono il “valore” del risparmio e soprattutto le banche italiane concedono mutui solo avendo in cambio rigorose garanzie. L’economia, dunque, non dovrebbe essere valutata in maniera puramente matematica ma sarebbe opportuno considerare anche l’elemento psicologico del consumatore, il quale, spesso, amministra i propri beni secondo pulsioni irrazionali e specifiche impostazioni culturali. Regole ed educazione sembrano ingredienti essenziali per progettare un mercato più sano e sostenibile.

Obama contro Fox: Murdoch si assicura vincente!

Incalza la tensione tra il presidente Barack Obama e la rete conservatrice Fox. Negli ultimi mesi, infatti, il presidente ha esposto, in prima serata, le proprie proposte presso tutte le reti nazionali, escludendo solo la Fox news. La rete di proprietà di Rupert Murdoch fin da prima dall’elezione di Obama si è dichiarata assolutamente ostile alla linea politica intrapresa dall’attuale Presidente, muovendo accuse nei confronti di tutta l’amministrazione Obama. Dall’incontro tra David Axelrod ( consigliere di Obama ) e Roger Alles ( dirigente della Fox ) si sperava una tregua. Tregua non raggiunta dato che Anita Dunn ( direttrice della comunicazione della Casa Bianca) nei giorni scorsi ha dichiarato che la Fox è “ Un organo dei Repubblicani “. Lo stesso Obama ha definito la rete televisiva “ Un nemico politico al pari di un partito oppositore “. Del resto la Fox non cede la presa e a pochi minuti dalla bocciatura di Chicago, come sede dei Giochi olimpici del 2016, definisce Obama più sindaco di Chicago che Presidente americano. Nei giorni in cui in Italia ci si interroga sul rapporto tra politica e censura sembra chiaro che negli Stati Uniti, anzi con Barack Obama la questione è diversa. Diversa perché Obama è salito al potere sfruttando tutte, o quasi, le potenzialità dei mass media e proprio una di queste potenzialità è la libertà di espressione. Forse la Fox non renderà un vero servizio di informazione ma sembra impensabile che il Presidente salito al potere grazie alla democraticità dei mezzi di informazione possa mettere a tacere un’emittente televisiva. Per il momento mentre la popolarità di Obama decresce Murdoch rassicura gli azionisti: gli ascolti della Fox sono in crescita.

Arte in formato digitale: basta un telefonino di ultima generazione.

Il 22 e 23 ottobre si terrà a Lucca la quinta edizione di Lu.Be.C Digital technology: convegno dedicato allo sviluppo dell’arte digitale. La realtà virtuale rappresenta, infatti, un nuovo impulso allo studio e alla valorizzazione del patrimonio artistico nazionale. Il nuovo successo del binomio arte – hi tec si concretizza sul display del proprio cellulare. Basta caricare il software giusto e inquadrare strade e monumenti per ricevere informazioni, curiosità e dettagli sul proprio telefonino. Le imprese del settore tecnologico rafforzano l’aspetto culturale all’interno dei loro prodotti. Garmin e Magellan – produttori di navigatori satellitari – aggiungono sempre di più informazioni su piazze, musei e monumenti ai loro sistemi. D’altro canto anche i beni e le attività culturali investono sempre di più nel settore tecnologico. Non solo attraverso i siti internet di alcuni musei – ad esempio la Galleria degli Uffizi di Firenze – è possibile percorrere viaggi interattivi nelle mostre ma si stanno creando dei veri e propri musei virtuali. Il Mav ( museo archeologico virtuale ), adiacente agli scavi di Ercolano, permette di intraprendere un percorso virtuale e interattivo nel 79 d.C., poco prima dell’eruzione del Vesuvio. L’università di Pisa ha elaborato un sistema che permette di visualizzare l’anteprima del restauro definitivo attraverso un modello dell’opera d’arte in tre dimensioni. La storia dell’arte sembra essere destinata a incarnarsi in un percorso virtuale e interattivo che chiunque può percorrere in ogni luogo e in ogni momento. Tra approvazione e preoccupazione il connubio arte hi tech rappresenta il futuro della cultura artistica.

Non si pubblica omologazione!

futuroNell’edizione 2009 di Università e lavoro pubblicata dall’ISTAT si prende in esame la situazione occupazionale dei laureati in corsi lunghi – 4 o 6 anni – nel 2004 a tre anni dalla laurea: nel 2007 il 16.4 % dei laureati è ancora in cerca di lavoro mentre il 73.2% ha trovato un’occupazione, ma di essi solo il 69.1% giudica il proprio titolo necessario alle mansioni svolte.

Convertendo le cifre in sostanza ci si trova di fronte una situazione in cui i laureati – spesso, purtroppo! – o non trovano lavoro o accettano mansioni non previste dal loro percorso formativo. I ragazzi che dopo l’università si avvicinano al mondo lavorativo hanno, nelle loro diverse scelte, dei curricula pressoché equipollenti: tutti i giovani laureati si trovano su uno stesso piano; costituiscono una sorta di magazzino – spesso disordinato e caotico – a cui le aziende devono attingere. Da questo piano egualitario bisogna escludere, fondamentalmente, due tipi di studente: lo studente raccomandato – e una presenza di raccomandazione più o meno ampia è inevitabile – e lo studente brillante, quello cioè che spicca poiché talentuoso e volenteroso. Naturalmente avere talento, essere portati per qualcosa, è un grande vantaggio, vantaggio che credo pur non potendo essere sostituito possa essere “rimpiazzato”, per certi versi, da passione e innovazione. Faccio riferimento alla passione quasi secondo una visione evangelica dell’amore, una passione che attraverso sacrificio e rinuncia raggiunge in maniera durevole l’obiettivo. Per capire l’importanza dell’innovazione bisogna considerare che in una “società multimediale” in cui tutto subisce trasformazione ed evoluzione è la novità a stimolare la dimensione della sperimentazione e della creatività.

Con lo sviluppo della cultura, della società e dell’economia le porte delle università si sono aperte sempre di più eliminando quei criteri di scrematura che nel passato determinavano l’ingresso nel mondo universitario: criteri rintracciata nella nascita, dunque in una stabile situazione economica, e nelle qualità, una particolare bravura e dedizione. Il numero consistente di studenti laureati, rispetto alle risorse italiane, crea appunto il magazzino di cui si parlava prima, un magazzino che altro non è che una massa di studenti portata, troppo spesso, ad essere piatta e omologata. Il neo – laureato medio, nel caso in cui non trovi un’occupazione adeguata, ha tre possibilità: non lavorare in attesa che giunga la propria occasione; accettare un impiego che si sarebbe potuto svolgere anche con il solo diploma; inventarsi un “mestiere”. Inventare un mestiere significa individuare e percorrere strade trasversali che conducono a professioni non ancora diffuse, spesso malleabili, interessanti, creative e soprattutto innovative.

Ho un buon curriculum, forse non ottimo, ma ho cercato da sempre di impegnarmi con volontà, dedizione e diligenza in tutto il mio percorso non per diventare la migliore ma per fare un giorno al meglio quello che mi piace. Ciò che mi piace fare, appunto, è stare a contatto con l’informazione, un’informazione oggettiva, chiara, efficace, un’informazione che vorrei trasmettere diventando una giornalista professionista, coscienziosa e produttiva.

L’Ordine Nazionale dei Giornalisti riconosce, all’interno del proprio Albo, due tipi di giornalisti, quello pubblicista e quello professionista. Si diventa pubblicisti dimostrando – anche attraverso l’autocertificazione – di aver collaborato – in maniera retribuita – con una testata diretta da un giornalista (pubblicista o professionista) per ventiquattro mesi. Per diventare giornalisti professionisti, invece, si possono percorrere tre strade: praticantato di diciotto mesi presso una redazione; frequentare una scuola, o un master, di giornalismo riconosciuta dall’OdG; diventare pubblicista e quindi praticante. In ogni caso al termine del praticantato – che deve essere documentato – si dovrà sostenere l’esame di stato. Sia i giornalisti pubblicisti sia i professionisti sono iscritti all’Albo ma i secondi si distinguono dai primi poiché esercitano in maniera esclusiva e continuativa la professione.

So che la strada è lunga e tortuosa e che pochi arrivano al traguardo giusto, quello in cui la ricompensa è ottenere un impiego in grado di stimolare quotidianamente curiosità, interesse e ambizione ma la domanda che mi pongo è: “Perché non dovrei arrivarci?”. Nihil difficile volenti.

 

Annalisa Fantilli

Il tempo si è fermato ma il cuore non ha mai smesso di battere. . .

Ho un’amica che è andata all’Aquila a pochi giorni dalla grande scossa. Non mi ha parlato di morti, di rovine, di sofferenza ma mi ha parlato di una città blu. Quel blu è il colore dell’impegno della Protezione Civile, è il colore della solidarietà degli italiani, è il colore della rinascita. Oggi agli aquilani, bene o male, sono state date delle accoglienti case di legno. Certo non sono le abitazioni che hanno costruito in tanti anni, con rinuncia e sacrificio, ma sono il simbolo della speranza. Una speranza impolverata dalle macerie ma non sepolta, una speranza che si alimenta nel desiderio di ricostruire la città, una speranza che vive nei sorrisi di quei volti su cui il terremoto ha scavato dei solchi di disperazione. Certo con tutto quello che è successo vedere le immagini delle tende piuttosto che immagini di morte e disperazione sembra quasi cinico. Ma dell’Aquila si è detto tutto, si è fatto veder tutto: è una catastrofe, una catastrofe in cui si sarebbero potute salvare molte più vite, una catastrofe in cui ancora oggi la polemica sembra inutile. In quelle ore di terrore gli italiani, infatti, hanno dato una grande lezione di coraggio, di resistenza, di umanità. Pensiamo ai volontari, a chi ha lasciato le proprie famiglie per aiutare quelli che non hanno più una famiglia: hanno perso energie, sonno, tranquillità e la loro ricompensa è stata un grazie o un sorriso. In teoria dovrei sperare che non vedrò più immagini come queste ma in realtà sono certa che nella mia vita ne vedrò tante altre e allora l’unica cosa che posso sperare per il futuro è che ci sia ancora gente pronta a porgere la mano a chi ne ha bisogno.

Louboutin e Mattel: no caviglie alla Hillary Clinton

scarpe barbieA pochi giorni dalla fine delle settimane della moda le polemiche sulle misure sembrano non arrestarsi. Soprattutto se la polemica è firmata in grande stile dal maestro delle calzature Christian Louboutin. Il mondo della moda è spaccato in due: bandire o osannare la taglia 38? Lo stilista dalla suola rossa non ha dubbi: Barbie ha caviglie troppo grandi. L’icona bionda torna alla ribalta e alza un polverone proprio mentre sugli scaffali dei giocattolai impazzano nuove fashion – dolls. Non è certo la prima volta che le misure, non proprio mediterranee, della first lady del paese dei Balocchi siano criticate: seni prosperosi, ventri piatti e gambe più o meno filiformi. E non c’è da meravigliarsi che nel momento in cui, in televisione, si polemizza sul corpo delle donne e delle aspiranti veline anche Barbie contatti il chirurgo per una liposuzione. Liposuzione pericolosa Louboutin: non pensare alla plastica ma continua a disegnare scarpe, quelle meravigliose scarpe che rendono belle tutte le donne grasse o magre che siano, sempre che possano permettersele.

Il ventre di Napoli non conosce crisi

immagine il ventre di napoliI problemi di oggi fondamentalmente sono i problemi di ieri e purtroppo, troppo spesso, la storia non si dimostra magistra vitae. La società, l’economia, il costume subiscono un’evoluzione tale che spesso nascondono e travestono le situazioni sconvenienti da affrontare forse impossibili da fronteggiare ma verso cui nessuno ha mai posto rimedio.Sul finire dell’Ottocento Matilde Serao ha scritto Il ventre di Napoli: un vero e proprio reportage in cui rivolge un feroce attacco al Capo Del Governo Agostino Depretis, il quale dopo aver visitato Napoli – segnata dalla diffusione di un’epidemia – disse appunto che bisognava sventrare la città. Sdegnata la Serao iniziò a pubblicare settimana dopo settimana articoli in cui analizzava la situazione degradante della città partenopea causata dalla superstizione, dalle scarse condizioni igienico – sanitarie, dalla corruzione, dal gioco del lotto, insomma individuava le cause che a monte avevano portato la diffusione del colera. Queste cause, affermava con insistenza la scrittrice, dovevano essere conosciute, affrontate, persino risolte da un governo che si dimostrava indifferente.Oggi in Italia ovunque non c’è più il colera e ovunque le condizioni igienico – sanitarie sono buone ma la corruzione e le catastrofi evitabili ci sono ancora. Mi stupisco ogni volta che vedo della gente difendere la mafia quasi come un’organizzazione d’assistenza, mi stupisco quando vedo le immagini delle case mal costruite dell’Aquila, mi stupisco quando vedo le case distrutte alle pendici delle valli messinesi, ma mi sono stupita ancora di più quando <<la repubblica>> nel 2005 ha deciso di pubblicare Il ventre di Napoli. Ora io che ho fatto una tesi sugli anni romani di Matilde Serao sono consapevole di quanto sia difficile reperire i testi della scrittrice stessa e questo perché in sostanza a nessuna casa editrice conviene ristampare opere non troppo note dell’Ottocento, nonostante alcune siano molto attuali. La scelta di <<repubblica>> – e questo è confermato all’interno di <<repubblica.it>> da un articolo di Laura Lilli – è stata adottata per paragonare l’indifferenza del governo di Depretis a quella del governo Berlusconi. I problemi che ci sono in Italia, credo, tuttavia, che in molti casi non dipendano da decisioni politiche (dato che case abusive e soprusi non sono caratteristiche esclusive degli ultimi dieci anni), ma da una concezione, a monte, culturale.Ci sono problemi che non possono essere risolti esclusivamente dallo stato ma che devono essere affrontati attraverso la conoscenza e la coscienza individuale. Lo stato dovrebbe e deve vigilare sulla sperequazione di risorse, sulla corruzione, sull’abusivismo ma solo attraverso un consumatore preparato, competente, vigile si può costituire una società civile. Se si fa la raccolta differenziata non ci si può aspettare che il comune faccia controllare sacchetto per sacchetto che i rifiuti siano stati differenziati nel modo corretto ma deve essere il cittadino a sapere come dividere e poi a farlo coscienziosamente.Se – purtroppo! –  Il ventre di Napoli dopo oltre un secolo rimane la metafora di un’Italia segnata da catastrofi evitabili, morti gratuite, stragi inammissibili è perché spesso si sostituisce la polemica all’informazione, l’approssimazione all’istruzione, la confusione alla formazione.Bisogna puntare su persone consapevoli che hanno competenze e conoscenze; bisogna creare un consumatore che legge le etichette; bisogna creare un cittadino consapevole del proprio valore e della propria possibilità di scelta all’interno della società.